«Entri, entri pure, signor Poeta!…»

By musicus27

«Entri, entri pure, signor Poeta!…».
Indugiai a lungo, indeciso sul da farsi; poi spinsi con una mano l’uscio squinternato che mi stava davanti. E varcai la soglia.
Un brontolio ferrigno annunciò il mio ingresso.
Mi ritrovai in uno stanzone ampio e profondo, rischiarato da una luce di candele calda e gialla come l’urina. Delle ombre inquiete, fluttuanti, grottesche si agitavano sulle volte del soffitto.
A un tratto l’uscio che avevo appena aperto si richiuse con un tonfo alle mie spalle.
Trasalii. 
«E così il signor Poeta si degna di farci visita!» riprese la stessa voce. «Uhm, ma che bravo, ma che bravo!… Beh, diciamo che era ora, almeno a giudicare da… Oh, mi scusi, non voglio certo rubarle la materia! Dica, dica pure lei stesso, signor Poeta: ci ha trovato con facilità? Uhm, in fondo non è poi così arduo come si dice… Spero comunque che la lunga ascesa e i molti gradini non l’abbiano affaticata più di tanto… Che bel mucchio di scale, eh? Quanti contorcimenti, avvolgimenti, rivolgimenti!… Sì, bisogna proprio convenire che gli edifici vetusti come il nostro, pur conservando un fascino impareggiabile, mancano di certe comodità per lo più banali al vivere dei moderni… Oh, si rassicuri, non intendo annoiarla con le mie chiacchiere! Quel che conta è che lei adesso sia qui, al nostro cospetto. E perciò dica, dica pure, signor Poeta, non ci faccia attendere, noi l’ascoltiamo… Prenda una sedia, la prego, starà più comodo… Si metta a suo agio… Nel caso preferisca stare in piedi, faccia pure… In piedi, fa più oratorio, nevvero…».
A queste parole seguì una specie di ghigno secco che riverberò nell’aria e accrebbe ancor più la mia sorpresa. Cercai con gli occhi il mio interlocutore ma, per quanto scrutassi dappertutto, non riuscii a scorgere la benché minima traccia della sua presenza.
Ero disorientato, non riuscivo a capire. Dov’ero? In che storia mi ero cacciato?
Mi guardai di nuovo intorno. Non lontano da me, un tavolone ingombro di volumi grandi e piccoli impilati in architetture precarie si allungava da una parete all’altra dell’androne.
Dietro il tavolo, un monumentale camino in pietra serena conferiva un che di austero all’insieme. Davanti agli alari di ferro battuto saltava agli occhi una grossa cesta colma di dattiloscritti destinati sicuramente al prossimo fuoco. Parecchie pagine accartocciate erano sparse sul pavimento, soprattutto in prossimità del focolare. All’interno, troneggiava una montagna di cenere omogenea, evidente risultato della combustione di un’immensa quantità di carta.
Le pareti erano coperte da decine di ghirigori indecifrabili. A causa della luce scarsa e ondeggiante, non riuscivo a capire se si trattasse di scorticature dell’intonaco, di antichi graffiti riaffioranti in superficie o di insetti spiaccicati sul muro.
Sempre alle pareti, alcune vecchie stampe incorniciate raffiguravano busti di uomini celebri. Ognuna era autenticata da una dedica con paraffo in calce e addobbata con fili di ragnatela appesi alle cornici. La decorazione di quel cantinone era opera di una congrega di streghe, almeno a giudicare dalle ragne che fluttuavano dappertutto.
Era la prima volta che mettevo piede in quel luogo, tutto mi era sconosciuto; tuttavia, la sensazione insistente che quel posto appartenesse alla mia memoria, non voleva abbandonarmi.
«Veramente» dissi mascherando il mio stupore con una voce sicura, «veramente deve esserci un equivoco… Io non ho niente da dire, tantomeno da declamare… Non so dove sono e neppure perché mi trovo qui… In verità, è proprio lei, signore, che mi ha mandato a chiamare».
«Oh, all’inizio dicono tutti così! La facevo più originale, sa? Un equivoco! Oh, signor Poeta! Eppure a vederla sembrerebbe promettere delizie per l’orecchio, estasi per la mente, subbugli per il cuore… o, se preferisce, l’anima!… Ah!».
Sentii lo stesso ghigno, anche se stavolta aveva la coloratura di un rantolo beffardo.
«Io non ho voglia di “dire” niente, non so neppure chi sia lei, insomma, non so dove mi trovo…».
«Ohé, che fa, comincia daccapo adesso? “Io non voglio parlare, io non so dove sono…”. Gliel’ho appena detto: DI-CO-NO-TUT-TI-CO-SÌ».
«Ma “tutti” chi, scusi?».
«Ma tutti i signori Po-ehhh-ti come lei!» fece la voce strascicando in modo melenso la “e”.
«Vale a dire?».
«Ha capito benissimo! Non faccia lo svampito, per favore! Altrimenti ci addormentiamo, eh!».
«Lo svampito, io?…».
«Sì, lei fa lo svampito, per non dire peggio… La sua indeterminatezza fa la muffa, il giochetto non può durare in eterno… Ogni cosa ha le sue regole, perdio! Si dia una mossa, un contegno! Prenda in mano la situazione!».
«Insomma, basta con questa pagliacciata! Chi è lei? Che diavolo vuole da me?».
Tutto a un tratto, fui colpito dall’eco della mia voce. Ogni parola rimbombava fra quelle pareti. Poi il mio interlocutore si schiarì la gola. Dopo qualche attimo di silenzio, lanciò solennemente:
«Ciao! Sono il Grande Fratello! Come ti va, amico?».
«E io sono Grace Kelly!» ribattei stizzito senza riflettere. «Perché mi chiama “signor Poeta”? Perché sghignazza? Perché si prende gioco della mia persona? Io non la conosco… Venga fuori, piuttosto, si faccia vedere, razza di…».
«Oh, la prego, signor Poeta, non alzi la voce e, soprattutto, non sguaini gli insulti… Non si addice, mi creda, non si addice, in questo luogo…».
«Io non sono il “signor Poeta”!…».
«Ah no? Beh, allora… Ma ne è proprio sicuro?».
«Sì».
«Davvero?».
«Altroché».
«Interessante… molto interessante, non c’è che dire. Allora, vediamo un po’: se ho ben capito, il qui presente signor Poeta nega di essere il signor Poeta; in altre parole, lei dice di non essere un p… Uhm, niente male come spunto, niente male… Continui, continui pure, la prego, la cosa mi incuriosisce, è un buon segno, vedremo dove andrà a parare… Allora è così che vuole cominciare?».
«Ma cominciare cosa, scusi?».
Stavolta il ghigno fu ancora più acuto e inframmezzato da una tosse forte e convulsa. Il cuore prese a battermi come un tamburo in mezzo al petto. Avevo le mani madide di sudore.
«Santiddio! Ha rovinato tutto, di nuovo! È contento, adesso? Il re dei guastatori e dei recidivi in persona! Ecco che cos’è lei!».
«Ma che diavolo va dicendo? Dove vuole arrivare?».
«Uh, quanta pazienza ci vuole con questo!… E va bene, allora ascolti. Molti altri prima di lei (non tutti, intendiamoci) hanno dato prova di avere una certa verve, di sapersela cavare, di sapersi barcamenare alla meno peggio, insomma, di saper uscire dal buco con una certa eleganza. Una volta afferrata l’antifona, hanno cavalcato lo spunto con talento, capacità, immaginazione! Lei, invece, mi dà l’idea di… un’acciuga fuor d’acqua». Seguì una brevissima pausa. «Se così posso esprimermi, signor Poeta, se lei acconsente a questa figura di sapore marinaresco invero così poco… poh-eeeeh-tih-cahhh!».
«Senta, basta con questa farsa! Perché mi ha mandato a chiamare? Cosa vuole da me? Venga al dunque».
«Che dice? Io non ho mandato a chiamare un bel corno di nessuno! È lei che è venuto qui, di sua spontanea iniziativa… E se è venuto proprio qui e non è andato da un’altra parte, probabilmente aveva qualcosa da dire, non le sembra?».
«Ma “qui” dove, scusi tanto? Dove… dove siamo qui?»
«Beh, se non l’ha ancora capito, allora facciamo festa e buonanot…».
«Basta, la prego!» lo interruppi con la voce grossa. «E la bimba, perdio? Perché mi ha fatto chiamare dalla bimba?».
«La bimba? Ohé, che dà i numeri adesso? Ne ho sentite tante, sa, eh, ne ho sentite proprio tante, qui succedono cose i-ne-nar-ra-bi-li, mi creda, altroché! Si figuri che poco tempo fa due ragazzotti mi hanno preso per un… videogioco! Un videogioco, a me, ma si rende conto? Anche la sua, però, è bella, non c’è che dire! La bimba, uh!… Io non le ho mandato nessuna bimba… si figuri!».
«Sì, la bimba, proprio la bimba!» urlai esasperato davanti a me con tutta la voce che avevo in corpo, «le ho chiesto perché mi ha fatto chiamare dalla bimba! E poi glielo ripeto per l’ultima volta: venga fuori dal buco ridicolo dove se ne sta nascosto!».
«Guardi, la storia della bimba, l’ho appena detto, è una fantasia della sua… diciamo così… mente feconda» riprese la voce misteriosa con tono paternalistico ma sempre perfidamente melenso. «Io non le ho inviato nessuna bimba… Guardi, io non mando in giro le bimbe, come pretende lei… Ho ben altro da fare, mi creda. Si è guardato attorno? I libri sul tavolo, la cenere nel camino, le scritte sulle pareti, non le suggeriscono niente? Ha un’idea della mole di lavoro che passa da questo posto? Quanto poi a uscire dal “buco ridicolo” dove, a suo dire, io me ne starei nascosto, in tutta fede posso confidarle che la sola persona che in questo momento sta “dentro” da qualche parte è proprio lei, signor Poeta… Dentro fino al collo, per intenderci con chiarezza… Pancia della mamma, ventre della balena, stomaco del lupo, vagina della musa, uovo di Pasqua… scelga pure, si accomodi… Quanto poi a sapere se il suo “buco” sia o non sia, per dirla alla sua maniera, ridicolo, beh, bisognerebbe vedere… Certo, a giudicare dalla bella figura che ha fatto fin qui…».
Il mio interlocutore proseguì sciorinando acide cattiverie, poi il suo dire prese un’altra piega. Si incanalò in un prolisso panegirico sulla tradizione e l’onorabilità del luogo con citazioni di illustri predecessori che, in tempi diversi, sarebbero passati proprio sotto quelle volte polverose. In effetti, a un certo punto, la mia curiosità fu attratta dalla menzione di alcuni nomi che conoscevo bene e per i quali nutrivo la più grande ammirazione. Poi, per qualche attimo, nel tentativo di dare un senso a tutto quello che mi stava succedendo, smisi di prestare attenzione alle sue parole. A poco a poco mi assentai mentalmente da quel luogo. Il lavorìo eccitato del mio cervello mi trascinò lontano da quello stanzone impolverato impedendomi di seguire il resto del suo discorso.
Mi sforzai di ricapitolare quanto era accaduto nel giro di quei pochi minuti.
Avevo trascorso l’intero pomeriggio in casa, passando da una lettura all’altra. Ero uscito con la testa vuota e pesante. Avevo sceso le scale pensando alla mia stanza fredda e desolata, che condividevo più o meno da sempre con la solitudine. Avevo chiuso il portone alle mie spalle e avevo preso a camminare sul selciato lustro di pioggia, nella strada stretta e deserta in cui abitavo.
Dopo solo pochi metri, all’improvviso, sotto un lampione, avevo udito un rumore leggero di passi in corsa dietro di me. Nell’attimo in cui stavo per voltarmi per vedere chi stesse arrivando, avevo sentito una mano afferrarmi per la cintura dell’impermeabile. Subito dopo, due occhi grandi, vivissimi, mobilissimi di bambina, e una testolina bionda con certe treccine lunghe e fini, certi cenni del capo, le treccine che sventolavano da una parte e dall’altra, gli occhi espressivi e luminosi come diamanti che ammiccavano verso l’alto, in una certa direzione, un ditino delicato che la precisava, con naturalezza, quasi si trattasse della cosa più ovvia del mondo, due occhi che mi facevano capire che qualcuno voleva vedermi, mi aspettava…
Non ero riuscito a proferire neanche una parola per lo stupore, eppure mi era sembrato di capire tutto, perfettamente.
La bimba mi aveva trascinato fino a un portone a pochi passi da quello di casa, ma sull’altro lato della strada, lo aveva spinto con una mano con grazia decisa e, continuando a gesticolare, ad ammiccare con gli occhi, a fare cenni con il capo, mi aveva inequivocabilmente fatto intendere che fin su, sì, proprio su, su, in cima, in cima, all’ultimo piano, proprio all’ultimo piano, sì, dovevo salire lassù, lassù…
Poi era volata via leggera come una rondine, si era girata di nuovo correndo, mi aveva sorriso e io avevo visto la sua gonnella a quadri rossi e verdi ondeggiare alla luce del lampione…
Inebetito da quella apparizione, avevo cominciato a salire le scale quasi al buio, annuendo, facendo sì sì con il capo, mormorando parole senza senso, annaspando con le braccia e le gambe in cerca del cammino, come se la bimba mi osservasse e io volessi rassicurarla che sarei andato proprio dove intendeva lei.
Le scale salivano attorcigliandosi in strani avvolgimenti, le rampe mutavano forma, struttura, colore, i gradini cambiavano dimensioni e non finivano mai. Ma la cosa che non mi dava pace era il fatto che, pur continuando a salire quelle scale infinite, io avessi la netta certezza di “scendere” delle scale, di addentrarmi nelle viscere di quell’edificio misterioso, quasi fossi prigioniero di un trompe-l’oeil di Esher…
A un tratto, una parete aveva arrestato la mia marcia, un muro ammuffito, sgallato dalla lebbra delle case vecchie. Subito dopo mi ero trovato con il naso contro un uscio socchiuso, anch’esso ruvido e screpolato, poi avevo udito quella voce:
“Entri, entri pure, signor Poeta…”.

«Allora, a che punto siamo?» chiese il mio interlocutore con la solita intonazione melensa, una volta giunto alla conclusione del suo discorso. «È pronto, adesso? Se la sente di cominciare?».
Al suono di queste parole, mi scrollai. Mi sentivo più calmo. Mi sembrava di avere fatto ritorno da un lungo viaggio senza essermi mai mosso da lì. Però a un tratto mi irritai: «Ma perché parla nel naso, lei?» domandai scuotendomi di dosso il torpore residuo che si era impossessato di me. Tutto quello che era successo mi sembrava molto lontano, molto distante, come perduto nel tempo, o forse fuori dal tempo.
«Non si preoccupi del timbro della mia voce, badi piuttosto alla sua… Allora, ci siamo ripresi un po’? Beh, tutto sommato, ha fatto bene a venire… Lei è un personaggio interessante, sa? Oh no, non voglio adularla, ci mancherebbe, voglio solo dire che nel marasma del suo cervello c’è del buono. Mi creda, noi sappiamo distinguere il buono dal meno buono… Non si perda d’animo, amico mio… Insista, continui così».
«E lei si faccia curare, segua il mio consiglio. La sua voce è decrepita, il suo ghigno assomiglia al rantolo di un cavallo malato, e il tono con cui continua a prendermi per i fondelli non fa onore alla sua illustre bottega…».
Il mio interlocutore non replicò, la mia reazione lo rese stranamente silenzioso.
Approfittai di quegli attimi di silenzio per guardarmi di nuovo intorno. La mia attenzione fu attratta dai ghirigori che avevo già notato in precedenza sulle pareti. Non erano scarabocchi né tanto meno insetti spiaccicati, ma scritte nerastre molto bizzarre, ora in corsivo, ora in stampatello, tracciate in ogni direzione. A giudicare dal modo tortuoso in cui erano state eseguite, sembravano messaggi disperati, frutto del panico e dell’angoscia, depositati lì da esseri in grave difficoltà, forse in bilico tra la vita e la morte… Alcune si interrompevano di punto in bianco recando per tutta firma l’impronta strascicata di un dito della mano; altre recitavano: «Sancta Maria Redentrice, pregha per me pechatore…»; «Juncto a cuesto loco non so chome, persi qui la mia nuda vida…».
«Che roba è questa? Chi ha tracciato questi messaggi?» chiesi intenzionato a ricevere una risposta chiara. «Sembra che qualcuno se la sia vista brutta da queste parti…».
«Oh, signor Poeta, vuol farmi il processo adesso? Vuole interrogarmi e poi condannarmi? Faccia pure! Mi faccia tante domande, suvvia, tutte quelle che vuole! Mi incastri con la logica! Si accomodi! Ma prima di cominciare, sappia che noi non abbiamo mai fatto del male a nessuno. Mi creda. E’ la verità vera!».
«Si potrebbe parlare per un’intera esistenza di verità senza venirne a capo».
«Bell’adagio, bravo! Vede che ha tante risorse? Dia retta a me, lei crede troppo poco in se stesso. E’ questo il suo problema. Ma le risorse ci sono, signor Poeta…».
Riflettei per qualche attimo alle sue parole, poi dissi, irritato: «Che ne sa lei di me?».

Senza attendere la sua risposta, decisi di lasciare quel luogo. Mi voltai, inquadrai l’uscio con lo sguardo e mi diressi all’uscita.
La porta si aprì con lo stesso lugubre guaito ferrigno che mi aveva accolto. La maniglia, completamente corrosa dal tempo, mi impolverò la mano di ruggine. Ebbi l’impulso di tirarmi dietro a gran forza quella porta squinternata, poi invece la accompagnai alle mie spalle senza chiuderla del tutto.
Scesi la prima rampa di scale e mi ritrovai di fronte a un finestrone impolverato da cui filtrava una sorta di chiarore grigio. Era sera.
In basso, la luce di un lampione si rifletteva sulle selci umide della strada deserta. Il mio sguardo vagò dapprima sulle persiane chiuse e spente dell’edificio di fronte, poi salì all’ultimo piano fino a una finestra dai vetri appannati rischiarata da una luce fioca.
Strizzai gli occhi per vedere in profondità. Dietro quei vetri, mi sembrò di scorgere una persona seduta a un tavolo, il capo chino su qualcosa. Sembrava stesse scrivendo.
Mi staccai dal finestrone impolverato e ripresi a scendere le scale.
Una volta in strada, mi guardai intorno. La prima cosa che mi balenò nella testa fu di essere da nessuna parte. Questa idea mi colpì a tal punto che, per realizzarla meglio, la ripetei più volte fra me e me. Ero perfettamente lucido: TU ADESSO SEI DA NESSUNA PARTE, TU ADESSO SEI DA NESSUNA PARTE, TU ADESSO SEI DA NESSUNA PARTE…
Mi dissi: “Togliti da questo posto che non è un posto”.
E mi mossi in una direzione qualsiasi.
Pochi attimi dopo mi ritrovai dove abito da sempre.
Davanti ai miei occhi, su un foglio color piscio su cui troneggiava uno strano scarabocchio che faceva pensare a uno scarafaggio spiacciacato, trovai:
«Entri, entri pure, signor Poeta!…».

3 Risposte a “«Entri, entri pure, signor Poeta!…»”

  1. lorinx Dice:

    Un racconto affascinante, un viaggio nell’inconscio, nel nostro mondo interiore che poco conosciamo, che ci spaventa e ci disorienta, ma chi siamo, dove andiamo, qual è la vera verità? Il poeta si ritrova davanti alla porta della sua anima ingiallita, ferita dalla propria coscienza, quella è la sua casa, gli sbagli che ha fatto sono li, indietro non si può tornare, lui lo sa bene, capisce di essere perso, avrebbe dovuto crederci di più.

  2. carmen Dice:

    luuuuuuuuuuuungooooooooo. Comunque da leggere

  3. Camilla Dice:

    Mi pareva di essere una voyeuse (?) in una stanza molto privata. Luogo, però, non certo nonluogo – proprio ieri mi hanno parlato di Augé – come sembri dire alla fine. Il racconto è psichiatrico, non male, mi ha ricordato il molto più sereno e quasi annoiato The Last Resort, lavoro visuale di Roberto Innocenti, che a corto di idee fa un lungo viaggio per visitare il “luogo” della sua ispirazione, un albergo sul mare, popolato dalle amichevoli presenze degli amati personaggi delle sue letture passate.
    Qui l’interrogatorio è incalzante, intelligente, sadico, e l’uscita non allevia la pena. Disturba sempre quando c’è scritto piscio, ma che ci vuoi fare, ti piace rimestare nel torbido, vuoi dare una zaffata diabolica alla tua ispirazione. L’uscita, non allevia la pena.

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