Kino Manufaktur

By musicus27

Era seduta a un tavolino, accanto a una finestra, al bar di quel cinema che si chiamava Manufaktur.
La vide aprendo la porta insonorizzata del locale, mentre si apprestava a uscire.
Sorseggiava un bicchiere di qualcosa e non era sola; parlava con qualcuno, un tipo robusto seduto di fronte, i capelli biondi tagliati cortissimi.
Ma era proprio lei? Ne era sicuro? Oppure aveva avuto un’allucinazione? Oppure quella sera il dissesto di vivere gli metteva voglia di scherzare? Oppure cosa?
Non entrava in quel bar da tre anni, non gli era mai piaciuto: le pareti color zabaione, gli spot azzurrini, il bancone fifties, la palma di plastica, lo scimpanzé di peluche abbracciato al tronco, berretto, Ray-Ban e banana infilata nei bermuda… E il resto. Ad esempio, quella calca. No, non era il posto adatto a lui, ma perché c’era venuto, come mai stava lì? Troppo fumo, troppa ressa per i suoi gusti, anche giusto il tempo di bere una birra.
Era subito sceso alla toilette considerando che quel posto, se non altro, era perfetto per andarci a pisciare.
Si era aperto un varco fra i grappoli di giovani seduti sugli sgabelli o appoggiati al muro con i bicchieroni di weizen accanto.
Non li aveva neppure guardati, mica cercava qualcuno, lui. E poi non gli interessavano, sempre uguali a se stessi com’erano, poteva descriverli a occhi chiusi: barba di tre giorni, aria scazzata, sguardo catatonico… Parevano fabbricati in serie. L’arroganza con cui gli vomitavano addosso la loro miseria umana lo imbestialiva perché lo sfregiava dentro, gli lacerava l’anima, lo rendeva ancora più solo di quanto non fosse in realtà. Eppure, era proprio quello il mondo dove gli toccava di vivere, prendere o lasciare… E i giubbotti di pelle, i cinturoni borchiati, i jeans neri, gli stivaletti a punta, gli swatch colorati…
Erano studenti, e lui, grazie a Dio, non aveva più niente a che fare con gli studenti.
Erano più giovani di lui, benché solo di qualche anno, ma questo non sarebbe stato un problema per uno che si sentiva aperto a tutti, ma alla gente semplice, umana, disponibile, non agli automi… Quelli però manco si scostavano per farlo passare, mica lo vedevano, la cosa gli sgangherava i nervi, gli veniva voglia di insultarli, di dargli addosso, di prenderli a spintoni!
Era accaduto quando era riemerso dalla toilette. Aveva riattraversato a fatica quel gregge di cuoio nero imprecando fra i denti contro la cretinità dell’umano genere… Doveva andarsene a tutti i costi da quel buco assurdo…
Si era diretto all’uscita, aveva afferrato la maniglia della porta e, in quell’attimo stesso, l’aveva vista a un tavolino, accanto a una finestra, in compagnia di un tipo.

Rimase con la mano saldata alla maniglia, folgorato da quella visione.
Aprì la porta, scese le scalette del locale senza curarsi minimamente dei gradini, le gambe tremanti, i passi malsicuri, e si lanciò sul marciapiede.
Con una falcata fu in mezzo alla strada. Si girò verso il caffè cercando con gli occhi la finestra dove gli era parso di vederla…
La trovò subito. Rimase inchiodato lì, per qualche secondo, lo sguardo fisso su quel vetro appannato agli angoli e illuminato in alto da un’insegna azzurrina.
Strizzò gli occhi per mettere a fuoco l’immagine; poi, con un passo furtivo, si tolse dallo specchio della finestra.
Aveva visto bene, era lei. Ma com’era possibile, dopo tutto quel tempo, e perché proprio lì, in quel locale odioso, in mezzo a quella gente, e perché proprio quella sera?…
Si mosse in una direzione qualsiasi. Ripeté più volte il nome di lei soffiandolo fra le labbra. Poi, di colpo, si sentì travolto, schiacciato, ingoiato dal tempo a una velocità vertiginosa, lui e tutta la sua vita. I sentimenti, i ricordi, i volti di quegli anni gli sfrecciarono accanto risucchiati da un buco immenso e spaventoso. Sotto le raffiche dei giorni l’anima gli sventolava addosso come una camicia ridotta a brandelli…
Si guardò intorno, incapace di mettere a fuoco un’immagine, intontito, disorientato. Allungò il naso nell’aria umida di quella notte d’inverno in cerca di un odore che lo riconfortasse, di un dettaglio qualunque in cui rifugiarsi.
Intorno a sé scorse qualche luce al neon, la strada deserta e male illuminata, la sequenza cupa delle finestre spente e dei portoni chiusi lungo il marciapiede. Percepì i rumori del caffè, il mugghio del canale pieno d’acqua alle sue spalle, le auto parcheggiate nello slargo davanti al locale. Qua e là, qualche alberello sparuto come lui nelle aiuole melmose. In fondo allo spiazzo, un paio di cabine telefoniche mezzo spente.
I fari di un taxi, che si era fermato accanto alle cabine, lo riportarono alla realtà.
Respirò a fondo e mosse qualche passo indeciso, poi tornò indietro. Entrò di nuovo nello specchio della finestra e rallentò.
Parlava con quel tipo. Sembrava tranquilla, serena, per quanto da lì non si vedesse bene. A ogni modo era invecchiata. Sì, era più vecchia, decisamente più vecchia. E molto, molto meno bella. Anzi, non era bella per niente: aveva un volto troppo sottile, affilato, quasi schiacciato.
Pensò che aveva perso la bellezza, tutta la bellezza. O forse, che non era mai stata bella… Era stato lui, quando vivevano insieme, a convincersi che fosse bella, solo perché ne era innamorato.
No, non era vero, era stata bella, molto bella, altroché. La rivide scendere dal treno e corrergli incontro con un cappello di paglia in testa nella città dove si erano conosciuti e avevano vissuto insieme per tanti anni…
Fu attraversato da un brivido, forse lo stesso di quel giorno alla stazione dei treni una decina d’anni fa.
Adesso, però, non era bella, e dunque quel brivido non c’entrava nulla. Oggi di certo non gli avrebbe strappato nessuna emozione. Pensò di nuovo che aveva perso tutta la bellezza. Cercò una formula definitiva che esprimesse al meglio quel concetto: una donna che sta vivendo la perdita della bellezza… Una donna che ha perso la bellezza nel tempo… Una donna cui il tempo ha sottratto la bellezza… Una donna che in questa lontananza ha perso la bellezza… Finalmente si decise per: una donna che ha perso la bellezza nella lontananza.
Ebbe un’idea balorda. Pensò che avrebbe voluto dirglielo, così, semplicemente, in quell’attimo stesso, alla faccia del vetro che li separava, come del resto le aveva sempre detto tutto in passato.
Mosse un passo in direzione delle cabine ma, mentalmente, si diresse all’entrata del locale, ossia dalla parte opposta. Immaginò di arrampicarsi sulle scalette del bar, la testa bassa, assorto, molto assorto; di dirigersi al tavolino dove era seduta, di appoggiarci deciso entrambe le mani e di dirle spalancandole in faccia due occhi così: “Sei una donna che ha perso tutta la lontan… tutta la bellezza nella lontananza. Addio!”.
Tutto a un tratto, lei girò la testa verso la strada e lui, per non rischiare di farsi vedere, si tirò fuori con un guizzo dal vano della finestra. In quel balzo, per poco non ingoiò il ghigno compiaciuto che gli era uscito dalla bocca.
Fece qualche passo in mezzo alla strada, con un sorriso idiota appeso alle labbra.
Lanciò un’occhiata dalla parte delle cabine telefoniche.
Il tassista aveva spento il motore e abbassato il finestrino. Teneva una sigaretta fra le labbra e soffiava ampie boccate di fumo denso fuori dall’abitacolo. Era un biondo, con la barba folta e una sciarpa al collo.
Fece dietrofront e ripassò davanti alla finestra.
Quei capelli le stavano malissimo, dio mio che strazio! Sembrava avesse in testa una parrucca, come i manichini! Aveva cambiato pettinatura, quel taglio l’aveva trasformata. Non era più quella di una volta. Anche in questo caso, la distanza che oggi li separava l’uno dall’altra era immensa. Era come se dietro quella finestra ci fosse un’altra persona, una persona che ormai assomigliava solo vagamente a quella che conosceva lui.
Se fossero rimasti insieme, pensò, oggi non andrebbe in giro combinata in quel modo… Che nessuno si preoccupasse di dirle che stava malissimo?
Vagliò un attimo i pensieri che gli si affollavano nella testa. Cercò di capire, di immedesimarsi in lei. Si disse che era tutto a posto, che andava bene così, che non doveva essere cattivo nei suoi giudizi. Pensò che per lei, in quel momento della vita, avere una brutta pettinatura fosse importante. Sì, magari la cosa poteva sembrare paradossale, ma era così. Quel taglio non era casuale, era voluto. Con ogni probabilità quei brutti capelli la aiutavano a proteggersi nel mondo, a tenere a distanza la gente, a marcare con decisione la sua individualità, a cercare di essere se stessa…
Continuò a guardare.
Il naso era più pronunciato di un tempo, il naso era diventato “a pizzicotto”.
Registrò di avere già notato quel dettaglio nel locale, la mano sulla maniglia, nel flash in cui l’aveva vista al tavolino.
Sembrava quasi che qualcuno le avesse preso le narici fra l’indice e il pollice e gliele avesse schiacciate e tirate con dispetto.
Si era appiattito agli angoli e formava un brutto contrasto con il labbro superiore, anch’esso troppo pronunciato. Che fine aveva fatto il naso delicato e bizzarro che lui non si stancava di ammirare e di cui andava così orgoglioso? Quello non era più il naso che gli piaceva da morire, quello era un altro naso…
“Senti, carina, mi dispiace, ma ti è venuto il naso ‘a pizzicotto’” immaginò di nuovo di dirle con una voce sorniona, mentre lei lo avrebbe guardato dal basso verso l’alto, piegata sul tavolino, il collo torto e gli occhi smarriti. “Aber… wie, a pizzicotto?” “Sì, a pizzicotto, hai inteso bene, a pizzicotto”. “Aber was heißt denn, a pizzicotto?” “A pizzicotto vuol dire che se per esempio c’è una palla di pasta per la pizza su un tavolo e uno passa, ne stacca un bioccolo e se lo ficca in bocca, gnam gnam gnam, tu oggi c’hai il naso come quella palla lì: a pizzicotto.”
Ridiscese mentalmente le scalette del cinema, l’aria soddisfatta, infischiandosene dell’assurdità di un paragone così strampalato.
Riprese a osservarla attentamente.
Era truccata. Ma quel naso, dio mio…
Era un naso au milieu de la figure, un naso che si notava subito.
In quell’attimo stesso, forse per appoggiare le proprie intuizioni su una base psicologica, inaugurò una teoria nuova di zecca sul naso della gente.
“Il naso è la prua della persona”, si disse con tono saccente. “Assume forme e dimensioni specifiche in coloro che cercano qualcosa nella vita”, incalzò perentorio.
E lei adesso aveva un naso navigato, un naso rompighiaccio, un naso… protagonista.
La cosa le faceva onore, pensò. Sì, perché aveva cercato, era cambiata, e oggi era molto, molto diversa da allora. Quel pizzicotto di pasta al posto del naso ne era la conferma.
Continuò a guardarla.
Fumava una sigaretta.
Forse una Gauloise, la marca che preferiva quando stavano insieme… Chissà.
Notò pure che aveva molti braccialetti ai polsi. Già, i braccialetti. Per le cavigliere e i braccialetti, lei aveva sempre avuto un debole…
A un tratto, mentre fumava e parlava con il tipo, fece un gesto particolare che lo colpì molto: sollevò entrambe le mani, come se avvitasse-svitasse due lampadine… Lampadine, avvitare-svitare, avvitare-svitare…
Rimase impressionato da quel gesto e, per un attimo, si sentì spaesato.
Ne intuì subito il perché: nei dieci anni che erano stati insieme, lei quel gesto non lo aveva mai fatto. Era una cosa che lui non le conosceva.
Era cambiata, faceva gesti insoliti, inusuali.
Pensò che, se avesse dovuto individuarla in mezzo a una folla di sconosciuti solo in base a quell’indizio, lampadine avvitare-svitare, avvitare-svitare, non ne sarebbe mai venuto a capo: l’impresa di affrancarla dal mucchio indistinto sarebbe miseramente fallita, lui l’avrebbe persa per sempre…
Continuò a frugare nei ricordi ma, per quanto si ostinasse, non riuscì a ripescare una sola immagine di lei che assomigliasse a quello strano movimento delle mani: lampadine avvitare-svitare, avvitare-svitare…
Chissà dove lo aveva pescato, quel maledetto gesto! Lo aveva visto in un film, in uno spettacolo teatrale? Lo aveva rubato a un barman in vena di virtuosismi alle prese con un cocktail? Oppure a una zingara carica di bracciali? Oppure dove? Oppure a chi?
Gli parve un gesto simpatico, tutto sommato, e anche un po’ stravagante. Si ripeté che per fare un gesto come quello, la sua vita doveva essere cambiata. Non che lui dubitasse che la sua vita fosse cambiata (fino a quel giorno, a dire il vero, non si era mai posto il problema in questi termini), ma tornò a insistere su questo punto, che gli sembrava già evidente.
Si sforzò di essere contento per lei perché, per avvitare-svitare le lampadine in quel modo, doveva essere serena, avere fiducia in qualcosa o in qualcuno, sentirsi sicura di sé.
Aveva trovato qualcosa di importante, di molto importante.
Si sentì felice, intimamente felice per lei.
Aveva trovato fiducia in se stessa, ecco la novità!
La sua vita era cambiata, aveva fatto la conquista più grande. Adesso era serena.
Un tempo, confessò a se stesso, non era così.
Rivide la sua insicurezza immensa, che lui in gran parte condivideva con lei. Il timore di chiedere un’informazione a un passante, di comprare una scatola di biscotti, di salire su un treno, di decidere la data di una partenza, di timbrare un biglietto alla stazione, di esprimere un parere… Rivide la paura di perdere ogni appiglio e di sprofondare di colpo nel vuoto dell’esistenza. Rivide i libri che leggevano insieme, allora: Rousseau, Hegel, Kierkegaard… E le paranoie, le notti insonni, gli attacchi d’angoscia, le discussioni, le liti furiose…
Si scosse. Si chiese perché stava lì a guardarla come un cretino, a bocca aperta, in mezzo alla strada, in quell’aria umida e buia. Si disse che non poteva restare lì ad accanirsi sotto quella finestra, non aveva senso, era assurdo. Ormai l’aveva guardata abbastanza, no?
Per convincersi ad andarsene, cercò di mettersi in ridicolo, con cattiveria.
Chi aveva giurato di non volerla più rivedere per tutta la vita, lui o Santa Lucia? Quante volte lo aveva ripetuto, inflessibile, a se stesso e agli altri? Un milione, forse? Oppure di più? E perché allora adesso stava lì come una falena, prigioniero del vetro di una finestra?
Rabbrividì al pensiero di avere ospitato per tutto quel tempo dei pensieri così improbabili nel cervello.
Nel corso degli ultimi tre anni l’aveva vista solo in fotografia. Le prime volte, ogni giorno: prendeva la busta dove teneva le foto che gli erano rimaste e le guardava a una a una, per ore. In seguito, aveva cercato quelle foto abbastanza spesso, talvolta piangendo. Poi aveva scelto di tirarle fuori sempre più raramente, non perché se ne fosse stancato, ma per non rattristarsi. Negli ultimi tempi gli era capitato di dargli una scorsa solo quando gli finivano per caso fra le mani, mentre cercava un libro, una vecchia agenda, un certificato…
Ma lei, che cosa ci faceva lì? Era andata a vedere un film oppure solo a bere qualcosa?
Volle cercare il titolo della pellicola in programma quella sera e si stupì di non averlo ancora fatto. Un rumore di passi e di voci femminili però lo distrasse dal suo proposito.
Due ragazze stavano entrando in una cabina telefonica. Il tassista, la fronte nascosta dall’abitacolo, continuava a fumare.
Gli venne voglia di bere tutta una birra, d’un fiato. Però per nessuna ragione al mondo avrebbe abbandonato quella finestra o sarebbe rientrato in quel bar…
Sentì qualche risata provenire dalla parte delle cabine. Un nero, spuntato fuori dalla notte, si sbracciava davanti alle ragazze cercando di comunicare qualcosa. Le due amiche ridevano agitando a loro volta le braccia all’interno della cabina, pur continuando a parlare al telefono.
Il tipo seduto al tavolino lui lo aveva riconosciuto subito. Non lo aveva visto in faccia, ma aveva capito chi era. Era rimasto sorpreso che portasse i capelli tagliati così corti. Sembrava un marine. Lo aveva riconosciuto, ma qualcosa nella sua mente gli impediva di occuparsi di lui, quasi non esistesse.
Prima che lei se ne andasse, lui glielo aveva ripetuto mille volte: la storia con quello non sarebbe durata. Era troppo più giovane di lei, che diavolo, pareva venire da un altro pianeta. Aveva i modi effemminati, un’aria inamidata… In che avventura si illudeva di imbarcarsi? Dove sarebbe andata a finire? Perché voleva lasciare il certo per l’incerto? Perché decapitare un rapporto difficile, ma consolidato, per una storia che non poteva durare? Sarebbero rimasti insieme al massimo tre settimane, lei e quel tipo, poi tutto sarebbe svanito nel nulla. Flop. Perché allora condannare a morte tutto quello che avevano costruito nel corso di dieci anni? Per un’infatuazione? Per un capriccio? Per una sbandata? Se faceva quel passo terribile, avrebbe sterminato ogni cosa. Un giorno si sarebbero risvegliati immensamente poveri e impotenti.
I suoi profetici ammonimenti però non si erano avverati, la prova era lì, dietro quella finestra. A dispetto di tutti i cataclismi del cuore annunciati e garantiti, oggi lei passava il tempo ad avvitare-svitare le lampadine con quel tipo che era spuntato fuori dal nulla, proprio come il nero delle cabine telefoniche, e aveva preso il suo posto in barba all’amore e a tutto il resto.
Fra quei due dunque non era successo niente di apocalittico. L’imbarco per quella avventura che non l’avrebbe portata da nessuna parte si era in realtà rivelato una comoda crociera di piacere.
Si disse che era arrivato il momento di andare. E se lei fosse uscita, fra una attraversata e l’altra sotto la finestra, prima che lui se ne accorgesse? Se lo avesse trovato lì, da solo, in mezzo alla strada? Che figura avrebbe fatto?
Un’idea gli balenò nella mente.
Immaginò che lei lo avesse visto, la frazione di un attimo, dentro il locale.
Raggelò.
Tutta l’umidità e il freddo di quella notte gli penetrarono di colpo nelle ossa.
Era un’idea disumana, quella, semplicemente disumana. La scacciò dai suoi pensieri con una smorfia di disgusto.
«Hosch was verlora?».
Alzò lo sguardo in direzione delle cabine.
Adesso anche il nero stava telefonando. Le ragazze però continuavano a ridere e ad agitare le braccia.
«Hosch was verlora?».
Il tassista lo guardava, la testa fuori dall’abitacolo.
Realizzò che quella barba e quella sciarpa erano rimaste a osservarlo passare su e giù davanti alla finestra tutto il tempo.
Provò un imbarazzo viscerale, come se lo avessero sorpreso a rubare nella vetrina di un negozio.
“Hai perso qualcosa?” gli chiedeva quello in dialetto.
«I han gfragt, ob du was verlora hosch!» insisté squadrandolo.
Guardò il tassista.
Rimase in silenzio, interdetto.
Non trovava risposte, la sua mente era vuota.
Se ne andò a passo svelto, in una direzione qualunque, la testa inghiottita nella giacca.

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