Bolle di latte (2007)

By musicus27

Era un locale ampio, senza porte, senza finestre, completamente rivestito di piastrelle bianche, incluso il soffitto. Una luce al neon durissima appiattiva le forme, smussava gli angoli, annullava le ombre.
Si sarebbe detto un ambiente sanitario, forse un laboratorio di analisi mediche, ma senza apparecchiature. O un obitorio. Particolare curioso, un grosso vaso di basilico al centro del pavimento: terracotta rossa, torba scura, foglie verde intenso.
Un tavolo massiccio, con il ripiano piastrellato alla maniera delle pareti, si allungava a pochi passi da me.
Ero in piedi da un’eternità, immobile, nudo, raggelato dalla paura. Il pallore spettrale della mia pelle non finiva di angosciarmi.
A un tratto, da dietro le mie spalle, quasi uscisse dal nulla, apparve un camice bianco dai movimenti decisi, le sopracciglia nere marcatissime.
«Fammi vedere i polmoni» scandì con voce affilata.
«I… polmoni?!…» feci io esterrefatto.
«Sì, mettili sul tavolo. Da bravo».
«Ah?!».
«Hai capito bene: mettili là sopra. Forza che voglio dargli un’occhiata».
«Ma…».
«Senti, capo, questa è la prassi».
Il suono della parola “prassi” rimbombò crudelmente nella mia testa.
«Ma… come posso… estrarre i… polmoni?» balbettai.
«È un gioco da ragazzi. Guarda come faccio io, con i miei… Innanzitutto, spalanchi le mascelle, così: aaaahhh… Metti una mano dentro, vedi? Hosì. Hoi inhrohuhi huhho il hrahhio senha haura… Ahhena senhi hualhosa hi shugnoso, hiri su. Hosì! Visto?».
Due palloncini non troppo gonfi, color rosa tenue, volarono sul ripiano di ceramica, saltellarono per qualche istante e si immobilizzarono.
«Et voilà, questi sono i miei. Ora fammi vedere i tuoi, da bravo».
«Ma… e per… rimetterli… a posto?» domandai.
«Una cosa alla volta: intanto, tirali fuori. Altrimenti, faccio io».
Una sforbiciata delle sopracciglia mi salvò dall’indecisione.
Mi tastai il torace con entrambe le mani: sembrava il busto di una statua di marmo.
Mi feci coraggio. Aprii la bocca, cacciai una mano dentro, poi a poco a poco il braccio, fino al gomito.
Penetrai in una sorta di marmellata viscosa, le mie dita si impigliarono in un reticolo di fili e di corde, poi si arrestarono su una materia ricoperta di ventose.
«Mi sa he hi sono» dissi strabuzzando gli occhi verso il camice bianco, «li sho hohhanho hon la hunha hella mano».
«Bravo. Ora afferra e tira su… Sì, così, bravo…».
Con una smorfia di disgusto, gettai sul tavolo l’anatomia che avevo appena trascinato su su per la gola. Assomigliava a una grossa seppia impiastrata d’inchiostro. Si stampò sul ripiano di ceramica con un sonoro splat! Sembrava respirare. Era cosparsa di tentacoli, di cui uno lunghissimo.
«Hai pescato solo il sinistro» fece Biancocamice con sufficienza «l’altro si sarà staccato mentre tiravi. Ogni tanto càpita. Comunque, questo basta e avanza. Come ti va?».
«Per essere la prima volta, non c’è male» risposi solo con lo sguardo.
«Tranquillo che è anche l’ultima».
La sua replica echeggiò fra le pareti, distorcendosi nel tono e nel significato: quello che all’inizio mi era parso un messaggio rassicurante, finì col trasformarsi in un’allusione infame.
Biancocamice studiò con attenzione la seppia incatramata. Girò più volte intorno al tavolo per osservarla da angolature diverse. Un tentacolo, quello più lungo, strisciava penosamente sulle piastrelle, quasi cercasse di scappare.
«Fumatore?» si informò Biancocamice.
Annuii imbarazzato.
«Sei libero, capo» proseguì. «Qua abbiamo finito».
Raccolse dal tavolo i due palloncini rosa e se li appese intorno al collo, come un paio di cuffie per la musica.
«E la seppia?» dissi io.
«Che seppia?!».
«Voglio dire il… il polmone. Che faccio?».
«Fatti tuoi. Qua abbiamo finito».
«Ma… come?» soffiai.
«Avrai tutto il tempo per capire» concluse.
Poi recuperò da sotto il tavolo una caraffa (che io fino allora non avevo notato) piena di liquido bianco. Ne versò più della metà nel vaso di basilico. Era latte.
«Da dove si esce?» domandai.
Con una seconda sforbiciata delle sopracciglia, Biancocamice mi fece capire che la faccenda era chiusa una volta per tutte. Poi sparì alle mie spalle, allo stesso modo in cui era venuto.
Sul tavolo la seppia ansimava fiocamente, il tentacolo lungo provava invano a strisciare verso di me.
Volsi lo sguardo al vaso di terracotta e alle bolle bianche che si erano formate sul terriccio. Le osservai finché non si furono sgonfiate a una a una. O forse più a lungo.

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